Il lavoro agile e il nostro diritto alla disconnessione

23 ottobre 2020

In sempre più settori aumenta il ricorso allo smart working. Una modalità di lavoro che dovrebbe agevolare la conciliazione tra tempo di lavoro e vita. Spesso però non è così e si parla di diritto alla disconnessione.

Lavorare meno ma meglio. Ben prima dell’ondata di Coronavirus, il mercato del lavoro italiano aveva già subito negli ultimi due decenni modificazioni profonde. A partire dagli anni ’90 si sono sviluppate forme di lavoro differenti, sono proliferati i contratti cosiddetti atipici, c’è stata una flessibilizzazione in uscita crescente, spesso contradditoria perché non ha coinciso con la concreta possibilità di avere a disposizione nuove opzioni lavorative come invece previsto dai sistemi basati sulla flexicurity.

Adesso si è implementata su scala di massa lo smart working per il lavoro subordinato. Dall’oggi al domani l’Italia si ritrova a lavorare da casa. Era una transizione tanto attesa quanto però osteggiata; sociologo Domenico De Masi da anni denunciava la ritrosia di aziende e lavoratori a sperimentare. I vantaggi sono indubbi e innumerevoli. A cominciare dalla ricaduta benefica sulle emissioni ma anche sulla qualità della vita grazie ad una migliore conciliazione dei tempi di lavoro con quelli della vita. Per riprendere quanto detto ad AGI dal già citato De Masi: “Lo smart working ha salvato l'economia, perché milioni di persone hanno continuato a lavorare. Ha salvato la salute e anche la scuola”.

Anche la pubblica amministrazione si adegua. Lo dimostra il recente decreto che invita gli enti ad “assicurare percentuali più elevate possibili di lavoro agile, garantendo comunque l'accesso, la qualità e l'effettività dei servizi ai cittadini e alle imprese”. Il lavoro agile potrebbe finalmente permette di informare la PA a quei criteri di “efficienza, efficacia ed economicità” che molto spesso sono stati una bella enunciazione di principio senza traduzione concreta. In verità il settore pubblico aveva mosso passi avanti significativi già nel 2016 con la Riforma Madia che di fatto apriva le porte al lavoro agile. Senza dimenticare che fu l’Inps pioniere del telelavoro nel 1990. In tutti gli ambiti della pubblica amministrazione e dei servizi al cittadino sono sempre di più le occasioni per attivare l’opzione del lavoro da casa. Ulteriore riprova è il decreto riguardante la giustizia.

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In verità però le contraddizioni e le incongruenze sono state patenti e notevoli. Il mondo cambia veloce, recepirne i cambiamenti non è sempre altrettanto semplice. Nota bene Michele Tiraboschi, coordinatore scientifico di Adapt quando afferma che: “lo smart working è, prima di tutto, un atteggiamento culturale verso il lavoro secondo logiche di responsabilità e di misurazione dei risultati rispetto a obiettivi preventivamente concordati”. Al di là del lato meramente tecnico e infrastrutturale che vede l’Italia colpevolmente indietro, c’è da considerare che questa forma di lavoro spesso cozza con i tempi di vita della persona.

Diritto alla disconnessione: ordinamenti a confronto

Non è un caso che si discuta di introdurre il diritto alla disconnessione. L’ordinamento italiano in tal senso sconta una carenza rispetto ai corrispettivi europei, a cominciare dalla Francia che ha introdotto il diritto nella Loi Travail del 2016. Nel testo normativo di riferimento la Legge 81/2017 all’articolo 19 si legge relativamente al contratto: “(…) l’accordo individui tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”.

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